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PSICOLOGIA DEL REPORTAGE: COME ESSERE FOTOGRAFI INVISIBILI
Pubblicato il 29/04/11
Categoria
Gradimento: Molto Interessante
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I reportagisti professionisti sanno bene cosa voglia dire essere presenti in una situazione e riuscire a fotografare senza influenzarla. I premi più prestigiosi traboccano d’immagini apparentemente rubate, senza che i soggetti interagiscano con il fotografo stesso; chiunque si avvicini al reportage come stile fotografico, aspira allo scatto che coglie l’emozione o il momento senza mediazioni e tendenzialmente cade nell’errore di fotografare di nascosto, spesso sottoponendosi a rischi di natura fisica e giuridica. Probabilmente qualcuno l’ha già sperimentato e sa bene che questa è una strada che produce o pochi o scarsi risultati. ![]() Nella realtà, quando si sceglie di fare reportage, ci si sottopone ad una serie di variabili di natura non fotografica che è fondamentale comprendere. Primo concetto importante è quello della “bolla vitale”. Nel regno animale, uomo compreso, esiste una legge istintuale che permette la convivenza negli spazi comuni. E’ quel fenomeno che Desmond Morris chiama “spazio vitale”, ovvero quell’area minima di spazio personale che ci protegge dalla sensazione di essere attaccati. Per capirci, è come quando cerchiamo di avvicinarci ad un animale: questo rimarrà fermo e indifferente a noi fino a che non penetreremo all’interno del suo spazio vitale (e parliamo di spazio vitale, non di territorio). Quando questo avviene, l’animale fuggirà o attaccherà per ripristinare lo spazio minimo necessario. L’uomo è meno istintivo, ma agisce con lo stesso principio: a determinare la dimensione della “ bolla vitale personale” sono fattori di tipo geografico (luogo di vita) e di grado correlativo (quanto sono intimo con quella persona). Un abitante dell’Australia, abituato a spazi aperti, avrà una bolla vitale più estesa rispetto ad un giapponese che invece vive in spazi tendenzialmente ristretti. Ma anche nel caso di un amico, lo spazio necessario da rispettare sarà minore rispetto a quello di un estraneo. Nel reportage è perciò fondamentale stabilire quanto più possibile un contatto relazionale, presentarsi ed accordare il permesso a fotografare. Questo basterà ad ottenere uno spazio privilegiato all’interno di una situazione. La nostra presenza “annunciata” diverrà familiare e verrà perciò ignorata. ![]() Anche la stretta di mano è un'invasione dello spazio vitale. Attenzione a rispettarlo sempre Altro punto importante è l’uso delle ottiche corrette: i soggetti non devono essere disturbati dalla nostra presenza fisica durante l’azione. In caso contrario, rischieremmo di avere delle persone che devono continuamente evitarci, rendendole infastidite della nostra presenza. Ciò non significa che la soluzione sarà quella del teleobbiettivo astronomico, ma che dovremo trovare la maniera di avvicinarci il più possibile senza invadere la scena. In questi casi, uno zoom rimane il compromesso migliore, ma anche due ottiche fisse, montate su due differenti camere, sono un’ottima soluzione. ![]() Altro punto importante è la presenza di bambini: gli animali quando vedono minacciata la prole, fanno quadrato e diventano aggressivi. L’uomo inconsciamente agisce con la stessa modalità. I bambini sono per loro natura esuberanti e spontanei, per cui saranno portati ad essere curiosi nei nostri confronti. Quindi se proprio non possiamo fare a meno della foto scontata di bimbi che sorridono, osserviamo la disponibilità dei genitori ed accordiamo un permesso anche solo accennato: questo ci permetterà di agire in maniera tranquilla e spontanea. Da tenere in considerazione che il concetto d’infanzia varia in base al posto dove ci troviamo: in Italia a quindici anni si è considerati bambini, mentre in Africa a dodici anni si è considerati già adulti. ![]() Ultimo concetto importante è l’aspetto della territorialità: gli animali accettano nel proprio territorio solo gli appartenenti al proprio clan, facendo eccezione per chi si riesce ad integrare. Così l’uomo accetta nel proprio territorio solo chi più gli si avvicina come affinità culturale. Ciò significa che se voglio fare un reportage sulla tifoseria della Roma, non mi vestirò con la maglia della Lazio, così come se dovrò fotografare un gruppo rap, non mi presenterò in giacca e cravatta ascoltando Mozart. ![]() Non si può dimenticare che per ottenere dei risultati soddisfacenti nella fotografia di reportage, una buona dose di fortuna aiuta parecchio, ma tutti i reportagisti professionisti lo sanno: è l’attitudine che crea la situazione. Una buona preparazione, magari corredata di sopralluoghi e informazioni, crea l’attitudine giusta a cogliere il massimale di ogni situazione: è la consapevolezza che crea risultati costanti, non la casualità. Commenti
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