Il colore è un'opinione
Pubblicato il 19/05/11
Categoria Tecnica
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Il colore è un opinione, come la matematica basta mettersi d’accordo quale: euclidea iperbolica e via enumerando.Colore come opinione, era il titolo di un concorso dell’allora AGFA Italia. Brochure poi che ne conteneva una selezione per l’intero arco dell’iride. A ciascuno il suo.

Pur tuttavia con la venuta del digitale la “rispondenza cromatica” pare diventata più urgente. E se mentre prima dell’avvento un tavolo luminoso, possibilmente calibrato, sentenziava all’istante il range del fotocolor, senza ombra di “discussioni” in digitale pare le cose si complichino. O forse vogliono così. Si sa che l’industria è come una giostra: una volta saliti sopra è difficile discendervi senza ostracismi o levate di scudi. Proprio come la binaria era: in out. O fuori o dentro, allineati e coperti. E’ un po’ come ricordare l’ormai arcinoto storia degli antivirus. Tu fraudolento smanettone ne fabbrichi (su mia richiesta tacita) che poi ci vendo con gli anticorpi e pure per te la giusta ricompensa. Si crea il problema, si appronta la “soluzione” si ricomincia: avanti il prossimo. Una logica hegeliana.

Così, ritornando, con la gestione del colore in tempo digitale. Una giostra senza fine. Sonde, calibratori, profilatori e poi monitor sempre più su all’infinito (si sa il professionista o sedicente tale è come un bambino spendaccione, e poi ci fa il suo figurone con i clienti). Pare una muraglia fatta a bella a posta, e lo è. Ben consci, però, che non c’è un solo essere dotato di raziocinio che, guardando lo stesso colore, all’unisono con un altro raziocinante diano una risposta univoca: rosso o viola. RGB CIE LAB SRGB Adobe 1998 Fogra paiono come mostri a difesa della cittadella del colore. Stile “guai a voi che vi entrate”. Ma poi esiste una “calibratura” come entità soprattutto e trascendente l’umano? Nient’affatto. La risposta è retoricamente, no. Si ricordi rendere difficile il facile è molto remunerativo. E al mercato odierno facile e gratis sono eresie. Il rogo può attendere.

Per chi viene dall’analogiche le patch Kodak erano il “riferimento” del colore. Spesso ai litografi tornava utile azzeccare la scala che dal fotocolor finiva sulle lastre di stampa. E tale torna utile in era digitale. Basta pazientare. Le stesse patch  - certo una Gretag Macbeth o una Passaport ce plus facile et tres chic, vuoi mettere? - fanno al caso. Fotografando in luce non diretta del sole, e trasportando il file a monitor il più è fatto. Certo aiutandosi con qualche tutorial in rete, non c’è che l’imbarazzo della scelta e Youtube è piena, per venirne a capo. Non all’istante e neanche dopo qualche giorno o nel mese successivo. Questo perché l’occhio (strano nessuno ne parla mai e si capisce perché) specialmente per gli iniziati non “scolarizzato” è un dramma. E il non allenamento, come ogni umana avventura, specie all’inizio fa si che un “magenta” passi a rosso o un “cyan” per blu. Insuperabile.

Non c’è sonda che tenga, anche perché la “calibrazione” è un flusso che parte dalla macchina fotografica che ha una sua “visione” per passare al monitor per finire alla stampante, quella inkjet o offset tipografica. Bisogna costruire il proprio profilo, la propria visione della “realtà cromatica”. “Azzeccare” per le cose di cui si conosce e pratica: macchina fotografica, monitor stampante propria oppure  service di stampa. Con costanza e pazienza, provando e riprovando fino al  proprio o personale “profilo”. E perché il colore è pur sempre una “opinione”. Opinabile si capisce.

Erano degli ingenui sprovveduti i “pionieri” digitali senza l’armamentario di sonde, spettrofotometri e via colorando? E come riuscivano ad “azzeccare”? Facile e gratis, si ricordi sono eresie che il Mercato non ammette. Al bivio si può procedere di qua o di là che il politicamente (s)corretto pretende per quello che una volta si sarebbe detto: mano destra o mancina. Così va il mondo.

 

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