Pubblicato il 21/10/11
Categoria  Mostre
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Fondazione Corrente via Carlo Porta 5 20121 Milano
A grande richiesta la mostra è stata prolungata fino al 24 febbraio 2012
Verrà inaugurata il 15 novembre 2011 la mostra Olive & bulloni. Ando Gilardi. Lavoro contadino e operaio nell’Italia del dopoguerra (1950-1962), promossa dalla Fondazione Corrente in collaborazione con la Fototeca Storica Nazionale Ando Gilardi, a cura di Fabrizio Urettini per XYZ. La mostra prevede l’esposizione di una serie di fotografie storiche realizzate dal giovane Ando Gilardi a cavallo tra gli anni cinquanta e sessanta, la proiezione del film-intervista di Giuliano Grasso intitolato: Piedi scalzi mani nere. Braccianti e operai degli anni ’50 nei reportage di Ando Gilardi e due incontri-conferenze: il primo sul tema della fotografia di reportage in Italia e il secondo sulla Fototeca Storica Nazionale Ando Gilardi.
La mostra sarà
aperta dal 15 novembre 2011 (con inaugurazione alle ore 18) al 27 gennaio 2012,
con il seguente orario: martedì, mercoledì, giovedì dalle ore 9 alle 12.30 e
dalle 15 alle 18.30, venerdì dalle 15 alle 18.30.
La mostra è a
ingresso libero.
Su prenotazione sono
possibili visite guidate per gruppi e scuole.
Olive & bulloni raccontato da Ando Gilardi Tre amici Patrizia, Elena e Fabrizio hanno, senza dirmelo prima, deciso di fare una mostra con le fotografie che presi dal Nord al Sud dell’Italia dal 1950 al 1962 come fotografo scalzo, così mi dicevo rubando il nome ai medici scalzi cinesi di Mao. In Cina negli anni di allora furono insegnati rudimenti di medicina a molti contadini, per creare una presenza medica nell’intero paese, e ancora oggi gli scalzi sono gli unici medici nelle estreme zone rurali. Ho avuto la fortuna immensa per un fotografo scalzo di essere stato il fotografo se non ufficiale ufficioso della CGIL negli anni ’50, e di avere raccolto per il suo settimanale a rotocalco Lavoro - oggi più interessante per l’antropologia che per altro - gli ultimi documenti fotografici sulla fine, diciamo pure sull’estinzione, delle tre grandi classi del proletariato italiano. Ora: in Italia dagli anni 1950 al 1962 persero il proprio lavoro sette/otto milioni di proletari, sono le cifre ufficiali. Solo una parte erano organizzati dai sindacati, forse la metà, altri non lo erano. Gli organizzati cominciarono una durissima lotta sindacale, e questa è la “fortuna” di chi dipende da un datore di lavoro: che può scioperare manifestare agitare bandiere rosse e cartelli e occupare la fabbrica, che è sempre meglio di niente. I non organizzati lottarono anche loro ma come nella lotta libera può farlo uno che è senza né braccia e né gambe. La guerra - come si diceva una volta - per il pane dei figli, si concluse con una sconfitta epocale: sparirono, letteralmente si estinsero socialmente le tre grandi classi del proletariato storico, quella degli operai, quella dei braccianti salariati agricoli e quella dei - senza terra - senza uno straccio di contratto e di sindacato - i cosiddetti cafoni del Sud. Le cifre sommarie che parlano di queste tre classi nel secolo scorso sono interessanti: negli anni Venti si aveva in Italia 1 operaio ogni 6 contadini e braccianti-senza-niente; alla vigilia della seconda guerra mondiale il rapporto era già mutato da 1 a 3. L’economia di guerra aveva moltiplicato le fabbriche e nel dopoguerra il rapporto era già diventato quasi alla pari; ma tuttavia il numero dei lavoratori, e dei disoccupati, dei campi rimase ancora più numeroso di quello delle officine fino ai primi degli anni Cinquanta quando, come dicevo, ebbe inizio la veloce estinzione delle tre classi. Io ho fotografato le lotte e proteste per impedirlo senza riuscirvi e in questa mostra ci sono documenti di una sconfitta epocale. Un fatto curioso è che le classi sociali, le loro organizzazioni, non si estinsero politicamente: succede egualmente per le stelle lontane, che quando si estinguono la loro luce continua nel tempo a brillare. Quella del proletariato italiano fu una sconfitta epocale: la notte di una grande ragione. Dove continua a risplendere, ma ora è prossimo spegnersi, il lumicino piccino piccino che più di così non si può, del suo fotografo scalzo e aggiungo senza una gamba, il quale si rese conto dei fatti, e come prova la mostra, visse dodici anni saltellando qui e là per l’Italia per prenderne le fotografie. Parliamo un momento di loro. Vorrei far riflettere chi visita questa mostra e attirare la sua attenzione su alcuni dettagli: in molte istantanee si vedono asini e muli, ebbene nel tempo in cui sono state riprese, il numero di questi mezzi di trasporto era nel Mezzogiorno superiore di dieci volte a quello delle automobili. In molti paesi e faccio il caso di Albano di Lucania allora con circa 3.000 abitanti, quando il sindaco che abitava a Potenza veniva a far visita ai suoi amministrati, i cittadini correvano in piazza per vedere la macchina che camminava da sola. Il sindaco che era un simpatico ragazzo e quasi un amico, mi raccontava, e se non mi credete pazienza, di avere vinto le elezioni facile facile, per aver mostrato alla gente durante un comizio, un foglio di carta moneta da mille lire. Per ciascuna di queste istantanee e delle altre mille che come fotografo scalzo ho preso in quegli anni fatali nel Nord e nel Sud, potrei raccontare più di una storia così, ripeto che forse pare incredibile però vi assicuro che è vera. Ma il bello è questo che segue: il tempo i fatti e i milioni di mutilati del proprio lavoro di quel periodo, furono e sono poi ricordati dalla stampa, dalla televisione e in tutta l’informazione “sociale” come il “miracolo economico italiano”! Il quale è una immensa fossa comune dove sono sepolti e dimenticati i nomi e le storie di quelle che i testi ufficiali chiamano “unità produttive”: nelle mille istantanee del fotografo scalzo si salvarono le loro facce. Ecco perché come ho detto non avrei approvato la mostra: per lasciare riposare in pace quei miei compagni e compagne che ho inquadrato, con i loro cartelli le loro bandiere, dentro alle fabbriche spente in attesa del nulla, o seduti attorno a chi leggeva il giornale (il solo che parlasse di loro) a quelli che non sapevano leggere. Io non volevo tornare a vedere le immagini dei loro bambini, “scalzi” come il fotografo che li inquadrava, che ridevano allegri e che meritavano un futuro tanto ma tanto migliore. Questa allegria dei bambini di allora è stata davvero il grande miracolo degli anni lontani. Adesso la mostra del fotografo scalzo è pronta e aperta, ha un grande un lussuoso catalogo, e dire devo pur grazie a Patrizia, Elena e Fabrizio. Mi dicono che a guardare le istantanee ci va della gente, la quale oggi vive e forse senza saperlo un altro “miracolo all’italiana” appena al principio. Perché viene aperta, e mica riesco a non dirlo, un’altra fossa comune: la cosa che più mi fa ridere è che ce lo dicono proprio quelli che l’hanno scavata. E per la tradizione del nostro mestiere speriamo che ancora si trovi a raccontarlo un fotografo scalzo, ma con buone gambe, un nuovo collega Aasverus con tanto di digitale.
Il Comitato Scientifico della mostra è composto da: Elio Franzini, Fiorella Mattio, Jacopo Muzio e Toni Nicolini di Fondazione Corrente, Milano; Fabrizio Urettini, curatore del progetto (Associazione XYZ, Treviso), Elena e Patrizia Piccini di Fototeca storica nazionale Ando Gilardi, Milano.
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